Il notaio

Scritto da , il 2020-02-20, genere incesti

Mi padre si era ammazzato arrivando persino a patire un brutto tunnel carpale, smanettando dalla mattina alla sera di sega, io lo amavo sopratutto da quando quella lesbica di mia madre ci aveva lasciato per correre dietro al culo di una Cubana ma, più di ogni altra cosa amavo vederlo a faticare sudare e sbuffare intendo a portare a termine la sua opera nell'officina da falegname ereditata dal nonno anche lui un gran maestro di sega.
Babbo era un ottimo artigiano, uno dei migliori nella provincia di Novara e grazie al suo lavoro aveva i soldi da parte per permettermi di studiare giurisprudenza e io l'avevo ripagato con l'impegno e un mare di cocole, cosi un anno prima del solito a soli 23 anni, mi ero laureata anche con un bel 100
Papà non volendomi mandare a Milano per non soffrire troppo la mia mancanza e mi trovò un impiego presso uno studio notarile in centro a Novara da un suo vecchio cliente a cui aveva rifatto i mobili dello studio, facendogli un grosso sconto e avendo in cambio la promessa che quando mi sarei laureata mi avrebbe dato una possibilità di fare un colloquio.
Il giorno del colloquio ero emozionata, papà mi aveva aiutato a prepararmi consigliandomi su cosa indossare, non avevo molte cose eleganti se non quelle che mettevo per andare in discoteca ,mi aveva fatto cambiare più e più volte, rimanendo per tutto il tempo nudo anche lui per farmi sentire a mio agio alla fine si era talmente stressato che per calmarsi un po' si era dovuto masturbare annusando le mie mutandine usate, diceva sempre che la mia passerina aveva lo stesso odore di quella della mamma.
Uscendo dalla sua auto , una vecchia Tempra station wagon che usava pure per il lavoro, sotto lo studio del suo amico, mi chiesi se la mini che avevo indossato sopra le auto reggenti e il perizoma nero, non fosse troppo corta, lui premurosamente verificò la mia ansia, li nel parcheggio mi fece piegare piu volte in avanti sedermi e accavallare a più riprese le gambe poi mi tranquillizzo dicendomi che non si vedeva più del necessario, in ascensore mentre salivamo al piano dello studio mi diede un ultima controllata ,fu lieto che avessi accettato di lasciargli tagliare i peletti in eccesso della mia passerina, all'epoca ancora in rodaggio anzi ,quasi inviolata.
Cosi dopo che lui gli aveva dato una decespugliatina non facevano più capolino dai bordi delle mutandine che comunque ,erano traspiranti e il triangolino rossiccio della mia micia , come rossi sono i miei capelli, si vedeva chiaramente sotto di esse.
In fine prima di suonare alla porta dello studio, convincendomi che fosse un metodo efficace per eliminare gli eccessi di rossetto dalle labbra ,mi mise un dito in bocca invitandomi a succhiarlo lo feci per tutto il tempo che lui ritenne necessario, quel dito sapeva di pesce.
Una volta nello studio, una signora distinta ci aveva fatto accomodare in un elegante salottino, l'attesa fu snervante e non riuscivo a nasconderlo, papà mi teneva una mano tra le gambe ogni tanto la infilava nelle mie mutandine, a suo dire ,per verificare che per l'emozione non le stessi bagnando ,per me fu impossibile non farlo, cosi mi convinse a disfarmene ,mi aiutò a togliermele mi asciugò la passerina con il suo fazzoletto e se le mise in tasca, un attimo prima che un omone dal colorito olivastro ben vestito apparisse dalla porta, era la persona che eravamo venuti ad incontrare, mi presentò al suo amico e a lui mi lascio per il colloquio, da li in poi dovetti fare da sola.
Dopo neanche dieci minuti di chiacchierata ,visto che l'orlo della mia mini non ne voleva di restare al suo posto era salito verso il paradiso, resosi conto che non indossavo gli slip ,mi chiese con marcato accento meridionale se era stata un idea mia o di mio padre.
Imparai più tardi che era napoletano, razza che non mi era mai stata molto simpatica ma, tenni per me i miei pregiudizi e gli confermai che i suoi sospetti erano in parte corretti si trattava di una scelta condivisa, lui sorrise malizioso , qualcosa mi disse che tra lui e il mio papà non c'erano solo questioni d'affari.
Fece il giro della scrivania rimase in piedi d'avanti a me osservandomi dalla testa ai piedi dicendomi che ero sul serio una bella Guagliòna ,ragazza nel suo dialetto.
Anche se doveva essere un apprezzamento mi diede un po' fastidio come molte cose che arrivano da quella terra zozza, non feci il tempo a fingermi grata per il complimento e a ringraziarlo che lui gentilmente mi prese una mano e se la mise sul cavallo dei suoi pantaloni eleganti aiutandomi a massaggiargli il pacco, che ad ogni passaggio si faceva più grosso.
Quando mi invitò a dare aria al suo o' capitone senza recchie indicando ancora una volta con quel fastidioso idioma da zingaro cafone, il suo uccello.
Pensai che doveva essere una prova di fiducia, mio padre mi aveva detto che si trattavano affari grossi in quello studio, forse persino loschi pensai io, roba di camorra mi dissi, visto il fatto che si trattava di un meridionale e di un napoletano per giunta.
In quel tipo di ambiente, di certo non poteva essere sicuro di me solo perché ad averci presentato era stato uno che conosceva.
Cosi, anche se lui non aveva fatto alcuna esplicita associazione tra quello che stava accadendo e il posto di lavoro, ero intenzionata a mettere da parte ogni mia considerazione personale sul suo popolo e dimostrargli di essere degna di fiducia, per farla breve gli succhiai il suo grosso cazzo marrone da meridionale li seduta stante.
Mi meravigliai per la sua accurata igiene, la canzone che spesso anch'io avevo intonato andando allo stadio a Torino a tifare Juventus, non trovava riscontro, il suo pesce, come lo chiamava il notaio fissato con metafore ittiche, non aveva sapore particolare anzi odorava di borotalco e crema idratante , solo la capocchia definiva la cappella del suo cazzo lui, dandomi precise indicazioni su come favorirlo ,era un po' speziata, fu un po' rude quando preso dall'entusiasmo ,tenendomi per le orecchie mi scopò letteralmente la faccia fino a riempirmi il palato di ricotta salata.
Con gran disgusto, dovetti mandar giù fino all'ultima goccia di quella colossale sborrata napoletana, visto che lui non mi aveva lasciato la testa fino all'ultimo spasmo del suo uccello.
Quando parve appagato, tornò a sedersi dietro alla sua scrivania e mi liquidò con il tipico: Grazie Cara, le faremo sapere!
Non ebbi il lavoro, qualcosa non era andata come doveva...

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