Alessia, il pranzo

Scritto da , il 2020-10-23, genere bondage


Chissà cosa spinge a far cose con un quasi sconosciuto... Alessia non era particolarmente bella, non era importante lo fosse. Aveva un viso malinconico. Mi prese in albergo e uscimmo dalla città. Non saprei dire dove andammo, un po' fuori, dopo il raccordo. Guidò in silenzio, senza guardarmi. Le carezzai Il viso, non parlavo nemmeno io, parlare non era necessario. Sul sedile posteriore della corda. In campagna ci fermammo e scendemmo. Indossava una camicetta, se la tolse. Si tolse anche mutandine e reggiseno. Aveva un seno da angelo adolescente. I capezzoli svettavano, un po' per l'aria fresca, un po' per l'eccitazione, l'areola inesistente. Prese la corda e me la diede. Disse solo: “Stretta” e mise le braccia dietro la schiena. Passai la corda sopra e sotto il seno, attorno al torace. La legai come voleva. Stretta. Le rimisi la camicetta, la coprii con una goffa mantellina. Un occhio attento si sarebbe accorto delle braccia legate. Confidavamo non ce ne fossero. Risalimmo in auto e ripartimmo. Guidavo e Alessia mi indicava la strada. Parlava a monosillabi. Diritto. Destra. Sinistra. Arrivati. Bocciofila. Da bambina. Con mio padre. Spero sia com'era. Erano quasi le due e mezza. Entrai nella bocciofila. Uno stanzone enorme fungeva da bar trattoria. Dentro solo il proprietario al bancone e quattro anziani signori che giocavano a carte in un angolo. Bene. Chiesi se potevano ancora prepararci qualcosa da mangiare, senza pretese. Prima che mi rispondessero spiegai che avevo una nipote mutilata, senza braccia; non usciva quasi mai di casa e volevo portarla fuori a pranzo, senza crearle e creare imbarazzo. L'avrei imboccata. Ci saremmo messi in un angolo, discreti. Scattò l'empatia. Il gestore mii disse che di pronto non avevano nulla, avrebbero potuto farci una pastasciutta, darci dei salumi e dei formaggi, un dolce. Gli risposi che andava bene e ritornai a prendere Alessia. Era rossissima in viso, sudata, la fronte imperlata. Il sudore tra le cosce, non solo il sudore, lo avrei percepito dopo. Entrammo e ci sedemmo, in posizione opportuna e defilata. Io di fianco, alla sua destra. Avevo un po' di paura. Non ero eccitato, non ancora, ero teso. Ci portarono penne al pomodoro. Le tersi la fronte e iniziai a imboccarla . Mangiavamo con la stessa forchetta. Un boccone lei, un boccone io. Iniziai a carezzarle le cosce. I quattro anziani non ci avevano degnati di uno sguardo, troppo impegnati con le carte. Il proprietario era rientrato in cucina. Sollevai la gonna il più possibile. Continuavo a imboccarla. La mano sinistra sul suo ginocchio. Aprii un po' mantellina e camicetta, per esporre il seno. La mia mano percorse l'interno delle cosce, giunse quasi all'inguine. Alessia allargò leggermente le gambe, mangiava ansimando, con lo sguardo perso. Le luccicavano gli occhi, quasi piangeva. Io non avevo erezione. Mi fermai, non entrai con le dita, non ancora. Troppo presto. Portarono salumi e formaggi. Ripresi a carezzarla, era inebetita. La guardavo, guardavo il suo piacere, me ne nutrivo. Entrai con due dita, iniziai a muoverle, in alternanza le strofinavo il clitoride e la penetravo. Non era facile. Strinse le gambe. Le allargò di nuovo. Era allagata. Sguazzavo. Ricordo, quando si alzò, una piccola macchia di benedizione sulla parte posteriore della gonna. Era un ruscello. Teneva gli occhi chiusi e masticava. Ondeggiava leggermente, ritmava il suo corpo per seguire il movimento delle mie dita. Sprofondò nella sedia, non troppo. Smisi di imboccarla, avevo quasi perso il controllo, tolsi le dita e gliele misi in bocca. Le leccò, poi le leccai io. Le carezzai la nuca e infilai la destra, a cuneo. Esagerai, ebbe una smorfia di dolore. Lasciai perdere e continuai a masturbarla con delicatezza. Portarono il gelato. Banalmente vaniglia e cioccolato. Attesi che il gelato si sciogliesse un po', lo rimestavo e rimestavo lei. Smisi di toccarla e ripresi a imboccarla. Mi permisi di farne scivolare qualche goccia nell'incavo delle clavicole. Lo vedevo colare dal collo al seno. Riuscii a leccarla, fugace. Giungemmo al caffè, terminai l'opera. Alessia venne. Venne epilettica, venne incurante, tremava come foglia e io tremavo con lei. Credo attirammo l'attenzione. Pazienza. Strinse le gambe per conservare il piacere e abbandonò la testa sulla mia spalla. Fu il suo unico contatto fisico, attivo, con me. Pagai e uscimmo. Tornammo in campagna. Previdente si era portata abiti di ricambio. Ebbi il piacere di rivederla nuda. Sempre silenziosa mi riportò in hotel. Scomparve da Fb. Non ho cognome. Non ho telefono. Non ho immagini. Forse non si chiamava nemmeno Alessia. Così sia.

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